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Gomorra la serie sotto inchiesta: pagava il pizzo alla camorra?

Gomorra la serie sotto inchiesta: pagava il pizzo alla camorra?
da in Antimafia, Camorra, Cinema, Cinema Italiano, Criminalità Organizzata, Cronaca, Estorsioni
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    Nuovi dettagli emergono dalle indagini sulle infiltrazioni della camorra per la realizzazione di Gomorra – La Serie. Dopo gli arresti del boss Francesco Gallo e dei genitori, ora tocca a Carmela Gallo, sorella del capoclan. Dalle intercettazioni ambientali e telefoniche effettuate dai Carabinieri di Torre Annunzia e dalla Dda di Napoli, la criminalità locale avrebbe imposto di tutto alla produzione, dalla fornitura dei cestini per il pranzo, affidata alla Gallo e alla sua paninoteca di Torre Annunziata, ai servizi di sorveglianza. Tutto è al vaglio dei magistrati che stanno indagando sui rapporti intercorsi dalla casa di produzione della serie, la Cattleya, e i boss locali legati alla famiglia Gallo.

    Oggi, anche la casa di produzione parla di questo rapporto malato. Lo fa Riccardo Tozzi, a capo della Cattleya, dalle pagine de Il Fatto quotidiano, dopo che tre produttori risultano indagati per favoreggiamento nei confronti della famiglia Gallo per l’uso della villa che nella serie era casa Savastano.

    Nel corso delle riprese, i figli e i genitori del boss Francesco Gallo, hanno continuato a vivere nella villa: per usarla, la produzione avrebbe anche pagato il pizzo.

    Lo ammetto, abbiamo sporcato il volto di Gomorra”, dice Tozzi che tiene a precisare come dalle casse della produzione “nei confronti del clan, non è uscito un centesimo”. Tutto ruota intorno all’uso della villa della famiglia Gallo usata per le riprese. “Abbiamo saputo, soltanto dopo aver preso in affitto la casa, che c’era un’indagine per camorra sul proprietario e un provvedimento di sequestro per la villa”, ricorda Tozzi. Secondo il produttore, il proprietario gli avrebbe chiesto di anticipare i soldi in attesa del dissequestro, ricevendo il no della Cattleya.

    A Torre Annunziata quel messaggio purtroppo si è sporcato. Potevamo comportarci in modo più accorto. Dopo il sequestro, ho pensato che avremmo dovuto lasciare quella casa, ma poi, quando la magistratura ci ha autorizzati mi sono convinto. La prossima volta presteremo più attenzione. Saremo meno sul territorio. E più in studio”, conclude.

    Pizzo dovuto al boss Francesco Gallo e ai suoi genitori per girare le scene nella villa di famiglia, casa Savastano nella fiction: è l’accusa con cui i carabinieri di Torre Annunziata hanno eseguito l’ordine di arresto della Dda di Napoli per il capoclan, già in carcere a Benevento, e i genitori, Raffaele Gallo e Annunziata De Simone. Secondo gli investigatori, la casa di produzione Cattleya, avrebbe versato 6mila euro in più, oltre a quanto stabilito dal contratto, per far girare le scene nella loro proprietà. Estorsione aggravata dal metodo di intimidazione camorristico per i tre e favoreggiamento per il location manager della società di produzione, Gennaro Aquino, e gli organizzatori generali Gianluca Arcopinto e Matteo De Laurentiis: queste le accuse dei Pm.

    Secondo gli inquirenti, Aquino avrebbe anche corrotto dei vigili con 300 euro per far chiudere una strada per permettere le riprese della serie tv. Accuse che la casa di produzione e Sky Italia respingono, mettendosi a disposizione della magistratura. “Sky Italia prende atto di quanto diffuso oggi dalla Dda di Napoli con riferimento a eventi che avrebbero coinvolto anche alcuni collaboratori di Cattleya nell’ambito della produzione di Gomorra – La Serie, eventi che Cattleya ha nuovamente smentito in modo ufficiale”, si legge nel comunicato emesso dopo gli arresti. “In ogni fase di questo progetto Sky ha ribadito alla produzione di attenersi scrupolosamente alle norme e alle regole che disciplinano questo settore e più in generale a principi di etica e responsabilità, con un’attenzione speciale considerando il particolare contesto territoriale dove è stata realizzata questa serie. Sky seguirà naturalmente con massima attenzione lo sviluppo delle indagini”, conclude la nota.

    La notizia era stata riportata dal settimanale Panorama, secondo cui le indagini andrebbero avanti da un anno: le accuse ipotizzate sono di estorsione e favoreggiamento. In pratica, i rappresentanti della casa di produzione Cattleya, avrebbero pagato, insieme all’affitto, anche il pizzo ai famigliari del boss Francesco Gallo, per le scene girate nella villa del clan, casa Savastano nella serie tv. “Oltre a quanto pattuito per l’affitto, sembra infatti che il capoclan di Torre Annunziata abbia preteso ulteriori pagamenti in nero”, si legge su Panorama. “Dopo il suo arresto, l’immobile è stato sequestrato ed è gestito dall’amministratore giudiziario. Una parte dell’inchiesta riguarda inoltre una talpa che avrebbe avvisato gli uomini del boss sulle indagini in corso”.

    La casa di produzione ha già emesso una nota in cui spiega che si tratta di una notizia vecchia e “dimostratasi priva di fondamento. Non abbiamo mai avuto alcuna notizia di inchieste che coinvolgano Cattleya”, si legge nella nota. “Come abbiamo più volte chiarito, il proprietario di uno dei numerosissimi ambienti affittati per la produzione è stato arrestato prima dell’inizio delle riprese. Ci siamo rivolti alla magistratura che ci ha autorizzato a effettuare le lavorazioni e che ha chiesto che il pagamento fosse effettuato su un conto dedicato. Non c’è stato alcun tentativo estorsivo, che peraltro ovviamente non sarebbe stato subito”.

    Non sarebbe la prima volta che il mondo del cinema e della tv si trova invischiata nella rete della criminalità organizzata.

    Il pizzo è uno dei tanti modi scellerati con cui la mafia controlla il territorio, gestendo ogni attività lungo le strade dei paesi controllati dal clan. Quando Pif presentò alla stampa il suo film “La mafia uccide solo d’estate”, una delle prime cose che disse fu di non aver mai pagato il pizzo per girare a Palermo e questo solo grazie all’aiuto di Addiopizzo, associazione che da anni si batte sul territorio per dire no al fenomeno, sostenendo gli imprenditori e i commercianti che si sono ribellati al sistema.

    Lo stesso film “Gomorra”, di Matteo Garrone, è stato al centro di indagini perché i clan avrebbero preteso il pagamento di 20mila euro; c’è poi il caso de “Il Padrino”, “Maleana”, di Giuseppe Tornatore e ancora “Tano da morire”, fino alle serie tv o ai film girati dagli stessi capoclan.

    Il film “Gomorra”, di Matteo Garrone, fa incetta di premi in tutto il mondo: basato sul libro di Roberto Saviano, viene girato nei luoghi dei clan, con attori presi dalla strada, non professionisti, secondo una prassi che il cinema italiano ha reso grande fin dal Neorealismo. Anche in questo caso, il regista e la produzione finisce sotto la lente degli inquirenti. Un pentito che la Procura di Napoli ritiene attendibile, poco prima dell’edizione 2012 di Cannes rivela che “senza il pizzo alla camorra, il film non sarebbe stato girato”. Il regista avrebbe incontrato Alessandro Cirillo, boss del clan Bidognetti, all’epoca agli arresti domiciliari, per pagare il pizzo e far sì che nessun incidente interrompesse la produzione.

    La Procura apre un’inchiesta, Garrone viene sentito pochi giorni prima di partire per la Croisette: “No, non ho mai pagato il pizzo e sì, ho incontrato Cirillo. Non sapevo che era ai domiciliari, ma avevo bisogno di conoscere quel mondo da vicino”, spiega il regista. C’è poi l’episodio di Giovanni Venosa, membro del clan e uno dei killer più spietati: aveva ottenuto una parte nel film e un video mostra come si rivolgesse al regista al termine di un litigio su alcune scene. “Mò te facc verecomm s’accir nu cristian”, cioè ti faccio vedere come si uccide un cristiano. Oggi Venosa sta scontando l’ergastolo dopo il processo Spartacus.

    Pochi film sono entrati nell’immaginario collettivo come “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Nel 1971 il regista e la produzione scelgono Corleone per girare alcune delle scene che entreranno nella storia del cinema. La mafia governa quel territorio e inizia a pretendere il pagamento del pizzo: le richieste erano talmente alte che la Paramount decide di cambiare location, spostandosi tra le altre città a Savoca, in provincia di Messina: piccolo centro situato tra tornanti e campagne, noto fino a quel momento per un convento di cappuccini, il paese accoglie la troupe che qui gira alcune delle scene più note, come quelle del matrimonio tra Michael e Apollonia e il colloquio tra il figlio del Padrino e il padre della sposa al bar Vitelli.

    Tanti altri film girati al Sud Italia in terre di mafie hanno avuto problemi con i clan. Giuseppe Tornatore per girare il film “Malena” con Monica Bellucci, scelse Siracusa. Durante le riprese ci furono diversi episodi che nascondono l’ombra della criminalità organizzata. A pochi giorni dall’inizio delle riprese un incendio doloso distrugge le scenografie del rifugio antiaereo; nel mezzo della produzione un hacker distrugge i file dei numeri di telefono. La mafia locale era stata esclusa dalla scelta delle comparse non professioniste: con l’attacco informatico, il regista deve rifare il casting.

    Anche Lina Wertumeller nel 2008 fugge dalla criminalità. Impegnata nelle riprese di “Mannaggia alla Miseria” a Taranto, la produzione viene sommersa di richieste di pagamento dai clan locali: si decide di trasferire tutto a Brindisi, ma la casa di produzione “Apulia Film Commission” non tace e denuncia l’accaduto. Dalle indagini emerge che la richiesta di soldi è arrivata come “compenso” per le perdite dello spaccio: con le strade piene di gente per girare il film era troppo pericoloso spacciare.

    Ancora in Sicilia con due produzioni che parlano di mafia: “Tano da morire” e “Sud Side Stori”, prendono in giro la mafia. Le voci sul pagamento del pizzo però arrivano anche per quei set, smentiti dalla regista, Roberta Torre, che nega di aver mai pagato un solo centesimo. “ Il solo vero motivo per cui abbiamo potuto girare tranquillamente a Palermo è la stima conquistata dalla regista nei suoi anni di permanenza in città”, scriveva la produzione.

    La mafia entra direttamente nel mondo del cinema con Giuseppe Greco, figlio di Michele, che Tommaso Buscetta descrive come il “boss che regnava ma non governava”. Giuseppe, morto nel 2011, ama la settima arte e la mette a disposizione dell’immaginario mafioso, in particolare con il film “Crema, cioccolata e pa…prikà” del 1981: tra gli altri attori ci sono anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Greco usava i soldi del clan per realizzare il suoi film, riciclando così denaro sporco: arrestato e condannato a 4 anni, deve attendere la Cassazione per esser riconosciuto estraneo. Tornato al cinema, firma altre pellicole tra cui, l’ultima, “I Grimaldi”, dove la vecchia mafia tutta onore e cuore viene contrapposta alle nuove leve, più sanguinarie, in una sorta di apologia del potere mafioso.

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