Prostituzione minorile: quando le escort hanno gli occhi delle bambole

Prostituzione minorile: quando le escort hanno gli occhi delle bambole
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    Prostituzione minorile: quando le escort hanno gli occhi delle bambole

    Il caso delle baby squillo ha scoperchiato un fenomeno che in Italia non sembrava essere presente, almeno non in queste proporzioni. Ragazzine di 14, 15 anni, che si prostituiscono con compagni di scuola e non solo: tra i clienti anche gli adulti che si mischiano a ragazzini alle prime esperienze sessuali. La prostituzione minorile bussa alle porte della ‘civile’ Italia, ma il fenomeno è una piaga mondiale. In alcuni paesi è ormai diventato endemico: bambine portate via dalle loro famiglie e spesso vendute dagli stessi genitori, che finiscono nelle mani di organizzazioni criminali, gestite da adulti che, invece di proteggere la loro infanzia, la distruggono, gettandole in un girone infernale da cui non possono uscire.

    Scorrendo i dati della prostituzione minorile nel mondo, si rimane sconcertati, quasi inermi di fronte all’ampiezza del fenomeno. In Asia, in Sudamerica ma anche in Nord America e in Europa, come raccontato da Massimiliano Frassi nel libro ‘I bambini delle fogne di Bucarest’, migliaia di minori sono costretti a vendere il loro corpo: solo per capire la portata, in Indonesia l’Unicef stima che il 30% delle prostitute abbia meno di 18 anni. In Brasile, secondo paese al mondo per prostituzione minorile, fonti ufficiali parlano di 500mila minori che vivono di questo, ma le stime reali salgono fino a 2 milioni. La Thailandia detiene il triste primato: secondo l’istituto nazionale della Sanità del paese, il 40% delle prostitute sono minorenni.

    Quello che oggi ci indigna in Italia, accade quotidianamente in tanti, troppi paesi del mondo, con la complicità dell’Occidente. Quanti italiani vanno nei paesi del Sud-est asiatico o in Sudamerica per turismo sessuale? Quanti adulti sfruttano la povertà e la disperazione dei più indifesi? In questi casi parliamo apertamente di pedofilia, soprattutto se l’età delle vittime è molto bassa: bambini di 12, 13 anni nelle mani di aguzzini e mostri.

    Il caso che sta riempiendo le pagine di cronaca in Italia per molti aspetti è diverso: anche qui abbiamo visto ragazzine costrette dalla famiglia, che vorrebbero andare a scuola invece di vendere il proprio corpo, ma non è così nella maggioranza dei casi.

    Quello che colpisce dei casi scoppiati a Roma e nelle altre città è la presenza del fenomeno tra i banchi di scuola, in teoria il luogo più sicuro per i ragazzi. Un’indagine fatta da Skuola.net, uno dei portali più seguiti tra gli studenti, ha sentito 3mila ragazzi: nel 15% dei casi ci sono casi di baby squillo nei loro istituti di cui sono a conoscenza. Tra questi, il 30% ha avuto rapporti sessuali con loro in cambio di soldi, vestiti o ricariche di cellulari e il 10%, pur non avendone mai avuti, ammette di voler provare.

    Il fenomeno è dunque ben noto all’interno delle scuole, sempre con le stesse caratteristiche. Compagne di banco che si vendono ai ragazzi in cambio di oggetti e qualche volta soldi, libere, secondo loro, di fare quello che vogliono con il loro corpo.

    In questo caso non si può certo parlare di pedofilia: spesso i ‘clienti’ hanno più o meno la loro età e anche in caso di clienti adulti, sono le stesse ragazze ad avere spesso atteggiamenti da ‘grandi’, quasi a voler dimenticare la loro età anagrafica.

    Il sesso è una componente normale nella vita degli adolescenti.

    È in questa età che ci si affaccia in un universo complesso e delicato come è quello della sessualità. Le prime esperienze, i primi palpitamenti, la scoperta del proprio corpo: sono tutti passaggi naturali.

    Quello che sconcerta del caso delle baby squillo è lo svilimento del sesso a mera attività di ‘scambio’: io mi vendo in cambio di qualcosa, spesso oggetti superflui, inutili, se non veri e propri vizi.

    È la concezione della sessualità e del corpo a mettere in allarme: come è possibile che ragazzine appena adolescenti arrivino a pensare di vendersi per un telefonino? Non è che i ragazzi stiano meglio: l’idea di dover ‘pagare’ per dover far sesso dovrebbe essere lontana anni luce da chi ha appena iniziato a conoscere se stesso e i propri desideri.

    Certo la prostituzione è sempre esistita e spesso i ragazzini dei tempi passati hanno avuto la loro prima esperienza con “donne di professione” che li hanno iniziati al sesso. Anche di recente abbiamo avuto casi di minori clienti di prostitute.

    La questione qui è diversa. Senza voler fare i falsi moralisti, non si parla di donne che usano il loro corpo con consapevolezza. Si può essere d’accordo o meno, ma la prostituzione esiste da che esiste l’uomo, con tutti gli aspetti negativi che ne consegue, compreso lo sfruttamento, la violenza e le sevizie di cui spesso le prostitute sono vittime.

    Come è possibile allora che delle ragazzine all’apparenza normali, che dovrebbero essere alle prese con i primi amori, abbiano deciso di vendere il proprio corpo? Non lo fanno per necessità, ma come se fosse una specie di gioco. Hanno capito di avere ‘un’arma’ a loro vantaggio e la usano senza scrupoli, atteggiandosi a persone libere di fare quello che vogliono con il loro corpo. Invece non sanno di essere schiave di loro stesse, legate a cose e oggetti materiali che nulla hanno a che vedere con la libertà personale.

    La domanda vera, quella a cui si dovrebbe rispondere, è come mai delle ragazzine abbiano pensato che sia normale vendersi per poter avere ricariche telefoniche o l’ultimo paio di jeans. Forse da qui potremmo iniziare a capire davvero il fenomeno delle baby squillo e decidere se sono anche loro vittime o solo carnefici.

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