Le mani dentro la città: la vera storia della ‘ndrangheta al Nord

da , il

    Roberto Saviano e la 'ndrangheta a Milano

    Una criminalità silenziosa, che si insinua nella vita di tutti i giorni, negli affari grandi e piccoli, inquina la politica, rovina il tessuto socio-economico. La ‘ndrangheta è tutto questo e molto di più, specialmente al Nord Italia dove è ormai una vera e propria potenza. Le ‘ndrine fanno meno rumore delle cosche mafiose o camorristiche: forti dell’omertà e di un potere straripante soprattutto a livello economico, agli omicidi e alla violenza preferiscono il controllo totale del territorio, entrando nell’economia, negli appalti, nella politica. La criminalità calabrese vive in perfetto equilibrio tra il passato e il presente: riti ancestrali, legami familiari resi ancora più saldi con matrimoni tra membri e affiliati delle ‘ndrine da un lato; imprenditori, colletti bianchi, avvocati, banchieri, finanziarie dall’altro.

    Sulla ‘ndrangheta vige una sorta di silenzio anche mediatico. Cosa Nostra e le faide della camorra hanno riempito le pagine dei giornali, libri, programmi tv e film, lasciando lontano dalla luce dei riflettori i criminali calabresi. Non sono certo mancati gli omicidi e le violenze, la Calabria piange ancora oggi i suoi morti, interi paesi violentati dalla furia delle ‘ndrine, eppure le altre organizzazioni criminali hanno avuto più spazio sul palcoscenico dei media. Qualcosa si sta muovendo anche in questo senso e in tv ora c’è spazio anche per la lotta alla ‘ndrangheta. Qual è allora la vera storia della ‘ndrangheta al Nord?

    La ‘ndrangheta: cos’è e come si articola

    La ‘ndrangheta “ha una struttura tentacolare priva di direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica”, come la definisce la relazione della Commissione parlamentare antimafia. Nata in Calabria, la ‘ndrangheta si sviluppa all’interno di famiglie di sangue: si nasce e si muore ‘ndranghetista e si saldano i rapporti tra diverse cosche con matrimoni, cercando di evitare il più possibile spargimenti di sangue. Le famiglie malavitose controllano il loro territorio in maniera orizzontale e si spartiscono gli affari rispettando i confini territoriali: anche la ‘ndrangheta ha avuto le sue guerre tra faide, ma spesso sono stati proprio i matrimoni a sancirne la fine.

    Tutto ruota intorno alla famiglia: si diventa ‘ndranghetista per “diritto di nascita” o “per battesimo”, un vero e proprio rito che lega l’affiliato al clan fino alla morte. La struttura è fortemente verticistica: il “capo società” comanda in assoluta indipendenza. La ‘ndrina è la struttura base del comando criminale. La “locale”, è invece la struttura che organizza l’attività sul territorio anche al di fuori della terra d’origine: rigidissimi anche i diversi “gradi” di appartenenza.

    Le ‘ndrine si organizzano in una locale che ha un “capo locale”, con potere di vita e di morte su tutti. Oltre a lui c’è un “contabile”, che gestisce le finanze, e un “maestro di crimine”, che organizza le azioni di guerra e gli atti criminali, dalle estorsioni agli omicidi.

    Sotto di loro ci sono diversi componenti: si parte dai “picciotti d’onore”, e si sale attraverso i gradi di “camorrista” (detto “sgarrista” se incaricato di ritirare le tangenti), “Santista”, “Vangelo”, “Quintino”, il massimo grado. Ci sarebbe poi “l’Associazione”, una sorta di consiglio di amministrazione di tutto il sistema criminale”, come raccontò Pino Scriva, il superpentito rosarnese, e primo collaboratore della ‘ndrangheta. Ci sono anche le donne, a cui viene dato il ruolo di “sorella d’omertà” per l’assistenza ai latitanti e l’aiuto nella gestione degli affari.

    A oggi è una delle più grandi e pericolose società criminali al mondo, con ramificazioni anche al di fuori dell’Italia: il suo ruolo nel narcotraffico internazionale è enorme, tanto che l’Europol ha identificato il suo ruolo come “dominante” nel settore. Forti anche i legami con la politica soprattutto locale e con le amministrazioni pubbliche a ogni livello. Altissima anche l’attività di riciclaggio di denaro sporco, proveniente dalla droga o dal traffico d’armi

    L’arrivo al Nord

    Secondo una leggenda metropolitana, la ‘ndrangheta sarebbe arrivata al Nord solo negli ultimi anni. In realtà, la presenza di capi e di locali è attestata almeno dagli anni Cinquanta, quando lo Stato decide di “allontanare” dai territori d’origine i boss, mandandoli nelle regioni del Centro-nord.

    In quegli anni si riteneva che per contrastare il potere criminale nelle regioni del sud fosse necessario recidere i legami del mafioso con il suo ambiente d’origine. Lo strumento era quello del soggiorno obbligato che imponeva al sospetto mafioso di risiedere per un determinato numero di anni –dai 3 ai 5 – fuori dal suo comune di nascita o di residenza”, scriveva Francesco Forgione (sopra in foto), Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal 2006 al 2008 nella sua relazione.

    In una società che si evolve rapidamente, dove gli spostamenti sono sempre più veloci e aumentano le possibilità di contatto, questo diventa non un freno ma un acceleratore dell’espansione: in pratica, secondo Forgione, le ‘ndrine fecero di necessità virtù e seguirono la corrente migratoria da Sud a Nord, intuendo “le enormi possibilità operative di una simile proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le ricche e sicure terre del centro e del nord Italia”.

    La tesi, secondo il magistrato Giuseppe Gennari, autore del libro “Le fondamenta della città”, è corretta ma troppo semplicistica. Gennari usa la metafora del “virus”: la potenza della ‘ndrangheta è stata resa possibile da un ambiente che ha accolto i criminali e ne è diventato complice, avviando il “contagio” perché “ha spesso fatto coincidere i propri interessi con i servizi offerti dalla ‘ndrangheta. Corruzione e ‘ndrangheta. Reati economici e ‘ndrangheta. Reati ambientali e ‘ndrangheta”.

    Un dato forse aiuta a capire il percorso della criminalità calabrese al Nord. Il primo comune sciolto per ‘ndrangheta nel 1995 è Bardonecchia, in provincia di Torino: qui negli anni Sessanta era arrivato Rocco Lo Presti, vicino al clan dei Mazzaferro, poi degli Ursino (tramite il matrimonio della sorella con un affiliato), e qui aveva costruito il suo “feudo” criminale. Nel 1975 il sequestro e l’omicidio dell’imprenditore edile Mario Ceretto, che si era opposto al boss, squarcia il velo: la ‘ndrangheta ha preso possesso del Nord e spadroneggia a suo piacimento.

    Le mani della ‘ndrangheta sul Nord

    La ‘ndrangheta non solo è arrivata al Nord, ma l’ha colonizzato, usando le debolezze di un sistema tutto italiano fatto di complicità e omertà. Il “terreno fertile” di cui parla Gennari è ricchissimo nelle regioni più produttive d’Italia: ci sono molti soldi, pubblici e privati, ci sono molte occasioni di profitto perché l’attenzione sul fenomeno mafioso è diversa.

    Diverso è anche il modo di agire delle ‘ndrine: non più omicidi e violenza, ma la forza del denaro e della paura. I criminali entrano nelal società e nell’economia in modo illegale con la gestione del settore edilizio, dei rifiuti, riscossione dei crediti, del trasporto di merci, perfino della movida. Appalti pubblici truccati che piovono grazie ai contatti con la politica locale, movimentazione terra a uso esclusivo delle ditte delle famiglie e reati finanziari dal riciclo del denaro sporco all’estorsione.

    La ‘ndrangheta si muove all’interno delle città del Nord grazie a una serie di comprimari tra avvocati, commercialisti, politici e colletti bianchi che conoscono le attività criminali, le aiutano a prosperare in cambio di favori, soldi, cariche, voti. Il “do ut des” funziona da entrambe le parti e accontenta tutti: i criminali si arricchiscono, ripulendo le loro attività, così come i comprimari. Una delle attività più usate è il cosiddetto “loan backing”: le ‘ndrine si rivolgono a banche compiacenti per avere mutui e finanziamenti sotto cui ci sono i guadagni illeciti, impedendo le confische dei beni.

    Interi settori sono nelle mani della ‘ndrangheta, come quello edile. Le famiglie hanno annusato l’odore dei soldi per Expo 2015 e l’hanno seguito, arrivando a Milano come un branco di cani affamati, pronti a spartirsi tutto il bottino di appalti e gare. Intere città sono finite nelle mani dei clan, a Milano e hinterland dominano i criminali, come la cosca Barbaro-Papalia, guidata dai fratelli Domenico, Rosso e Antonio Papalia.

    Da Buccinasco hanno costruito il loro impero: a Corsico, Cesano Boscone, Zelo Surrigone, Vermezzo, Casorate Primo, Zibido San Giacomo, Gudo Visconti ancora oggi i loro nomi sono “impronunciabili” e nonostante siano in carcere (anche se non più in regime di 41bis), hanno lasciato un “esercito” in grado di continuare il lavoro. “Le innumerevoli attività investigative che, dagli anni Ottanta a oggi, hanno riguardato la cosca insegnano che essa, nonostante gli arresti e le tante e pesantissime condanne, è caratterizzata da una solida continuità di comando. E da un rispetto assoluto delle gerarchie. È una cosca che, proprio in ragione di ciò, non ha mai subito né faide né scissioni”, scrivono i Carabinieri in un’informativa a gennaio.

    Banche, appalti e favori alla politica

    La ‘ndrangheta si muove secondo diverse strade nelle città del Nord. Riciclaggio di denaro, estorsione, racket, operazioni finanziarie, traffico di stupefacenti, infiltrazione nella politica. Non pagando i contributi, le aziende edili, di trasporto merci e di qualsiasi altro genere, riescono a proporre prezzi bassissimi sul mercato: per gli imprenditori onesti è una gara persa in partenza. La connivenza delle attività produttive è un altro tassello del potere criminale. Visto che la ‘ndrangheta ha il potere di muovere soldi, meglio piegarsi e lavorare con loro, sapendo che in caso di problemi, sono i criminali a risolverli per tutti. Ci si piega al malaffare nel nome del guadagno. Lo fa il mondo dell’economia e lo fa soprattutto la politica.

    Emblematico il caso di Sedriano, comune del milanese e primo comune lombardo a essere sciolto per mafia lo scorso anno. L’ex sindaco Alfredo Celeste, definito un “soggetto pericolosa” nella relazione della Dda di Milano, è stato rinviato a giudizio per corruzione; l’ex assessore regionale Domenico Zambetti (sopra nella foto) deve rispondere delle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio grazie all’intervento a loro favore del clan ‘ndranghetista dei Di Grillo-Mancuso.

    La politica costruisce la rete di contatti che serve ai clan per le loro attività: l’economia li aiuta a gestire i proventi. Così a Desio viene scoperta la banca clandestina della ‘ndrangheta, gestita da Giuseppe Pensabene, capo della locale di Desio. Società di copertura, dipendenti postali, bancari e di imprenditori, aiutavano i criminali a gestire i soldi provenienti da racket, usura e altri reati per portarli in località sicure come Svizzera e San Marino o per riciclarli in attività lecite.

    L’intreccio di malaffare, politica ed economia rende ancora più complessa la lotta alla ‘ndrangheta: a ciò si unisce anche il legame familiare che unisce i componenti, cosa che spiega i pochissimi pentiti di ‘ndrangheta.

    La ‘ndrangheta è forte perché è silenziosa, preferisce accordarsi e usare le armi della finanza (pur non disdegnando quelle vere) per fare affari al Nord. Nel 2010 l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti, diceva che “la mafia al Nord non esiste”, l’ex ministro degli Interni Roberto Maroni chiese l’intervento di Giorgio Napolitano per le “infamie” dette da Roberto Saviano sulla presenza costante e inossidabile delle mafie a Milano e nel Nord Italia, complice il silenzio della Lega Nord. Oggi tutto questo è davanti agli occhi di tutti: per troppo tempo abbiamo fatto finta di niente, ora inon si può far finta.