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Navi dei veleni in Calabria, la ‘ndrangheta responsabile degli affondamenti

Navi dei veleni in Calabria, la ‘ndrangheta responsabile degli affondamenti

Nei documenti desecretati del Sismi emerge il ruolo mafioso nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici

da in Ambiente, Disastri ambientali, Inquinamento dell'acqua, Mare, Rifiuti
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    Navi dei veleni in Calabria, la ‘ndrangheta responsabile degli affondamenti

    L’Italia è un Paese storicamente connotato da intrighi e di misteri, ma qualche pezzo di verità ogni tanto riesce ad emergere, seppur ad anni di distanza: è quanto sta accadendo intorno alle navi dei veleni in Calabria, ovvero l’affondamento delle cosiddette navi a perdere legate allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, e che ha visto la ‘ndrangheta occupare un ruolo decisivo. È quanto emerge dalla desecretazione di alcuni documenti in mano all’allora Sismi, il servizio segreto militare oggi denominato Aise, chiesta ed ottenuta dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, una conferma di quanto associazioni ambientaliste, magistrati investigativi e semplici cittadini andavano raccontando dai primi anni Novanta del secolo scorso. Quello che era un sospetto, una convinzione non suffragata da prove, ora sappiamo che era una verità, una verità già nota da tempo a pezzi importanti dello Stato.

    in un documento ufficiale della Dia, la Direzione investigativa Antimafia, sono stati registrati 637 affondamenti sospetti nei mari internazionali, di cui 52 solo nel nostro Mediterraneo, in un arco temporale compreso tra il 1995 e il 2000. Perché sospetti? Queste navi sono colate a picco in giornate con perfette condizioni meteo e mare calmo, senza lanciare allarmi, ma i dubbi si moltiplicano anche per la presenza di rotte e carichi anomali rispetto ai documenti ufficiali, e per membri di equipaggi che misteriosamente sparivano nel nulla una volta tratti in salvo: troppe le ambiguità e i punti oscuri da non suscitare l’attenzione investigativa. Ora, uno di questi documenti desecretati dalla Commissione mette in campo una lista di 90 navi affondate nel Mediterraneo tra il 1989 e il 1995 legati a ‘presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi‘, in cui emerge il ruolo di intermediazione decisivo dell’organizzazione mafiosa calabrese.

    casi navi affondate

    Parliamo di rifiuti tossici e radioattivi, scarti industriali, spesso in mano ad enti pubblici nostrani, ma molti anche di provenienza estera: una storia purtroppo che si ripete, e la memoria recente non può non andare alla Terra dei Fuochi in Campania e al ruolo che la camorra ha avuto nel seppellimento di tali rifiuti in discariche illegali. La ‘ndrangheta preferiva invece la via del mare, ma non sorprende più oramai il fiorente business dello smaltimento illegale dei rifiuti, che ha foraggiato per anni le mafie nostrane a tutto danno del territorio e della salute dei cittadini. Tra le navi dei veleni affondate ricordiamo alcune di quelle finite nelle carte del pool investigativo di Reggio Calabria, come la motonave Rigel, colata a picco il 21 settembre del 1987 a largo della costa di Capo Spartivento, oppure la Aso, affondata il 16 maggio del 1979 al largo di Locri, o ancora lo spiaggiamento della motonave Rosso dalle parti di Amantea, il 14 dicembre del 1990. Altre navi affondate in maniera sospette sono la Nicos 1, la Mikigan, la Four Star I, la Anni, la Alessandro I, la Marco Polo, la Korabi Durres, come emerge dall’elenco stilato da Legambiente: in tutto sono stati accertati 288 relitti nei mari calabresi, ma il traffico di rifiuti illeciti deve essere archiviato ancora come ‘presunto’, in assenza di prove incontrovertibili di rifiuti radioattivi.

    La storia delle navi dei veleni in Calabria inizia negli anni Ottanta, quando i Paesi occidentali, una volta sanata la carenza legislativa nazionale ed internazionale sulla scorta delle proteste ambientaliste, sono costretti a riprendersi i rifiuti di natura industriale esportati in Africa nei decenni precedenti. Il Mediterraneo diventerà il tappeto sotto cui seppellire la nostra sporcizia ed anche molta di quella altrui, come scopriranno anni dopo i magistrati calabresi indagando sulle cosiddette navi a perdere, ovvero scafi affondati volutamente insieme al loro carico criminoso truffando in un colpo solo l’assicurazione e facendo piazza pulita di scorie tossiche e radioattive: gli anni Novanta sono quelli in cui si intensificano questi affondamenti, con la connivenza decisiva di una parte del mondo istituzionale. In quel periodo, continuando sul filo di questa cronistoria, si ricorda anche una società, la Odm, che pubblicizza e propone a diversi Paesi la possibilità di smaltire scorie nucleari attraverso dei siluri da sparare nelle profondità marine, come ricorda sempre Legambiente: quel piano avrà mai avuto effettivamente esito? È uno dei tanti interrogativi rimasti ancora senza risposta.

    Come lo è il pericoloso intreccio tra il traffico dei rifiuti e quello delle armi, una rotta criminale che giunge fino in Somalia, dove nel 1994 vennero uccisi la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin che conducevano un’inchiesta sul caso. Un omicidio tutt’oggi senza colpevoli certi, dopo una lunga vicenda processuale fatta di inchieste e commissioni parlamentari. Un’altra pagina nera, un altro mistero italiano.

    rifiuti tossici

    Il legame soffocante tra organizzazioni criminali, parte del mondo politico e del tessuto imprenditoriale del nostro Paese ha prodotto alcune delle pagine più buie e drammatiche della storia d’Italia: l’esistenza delle navi dei veleni in Calabria è un fatto assodato, come lo è il coinvolgimento di un pezzo del mondo istituzionale e di servizi segreti deviati, che in base a quanto emerge dai documenti non più segreti, almeno fino a metà degli anni Novanta si sono spesi per coprire i traffici illeciti, invece di denunciarli, come ha ammesso anche lo stesso ex presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti Gaetano Pecorella. La strada per la verità giudiziaria è ancora lunga, prima di poter risalire al nome e il cognome dei colpevoli: c’è il cadavere, ma manca ancora l’arma del delitto, la prova certa e definitiva della presenza di rifiuti radioattivi. La vera questione è se ci sia la volontà di arrivare fino in fondo, oppure se la tentazione di occultare ed insabbiare prenderà ancora una volta il sopravvento.

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