Sperimentazione animale: a che punto siamo in Italia?

Sperimentazione animale: a che punto siamo in Italia?

I dati pubblicati dal ministero della Salute parlano di un calo rispetto agli anni precedenti

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    Sperimentazione animale: a che punto siamo in Italia?

    A che punto siamo in Italia con la sperimentazione animale? A quanto pare, seppur lentamente, qualcosa comincia a muoversi verso una completa ‘liberazione’ degli esemplari della fauna dagli esperimenti scientifici: secondo i dati pubblicati dal ministero della Salute sulla Gazzetta Ufficiale, dal 2014 ad oggi si registra un calo pari a 30mila animali in meno utilizzati a fini sperimentali. Complessivamente abbiamo circa 700mila cavie da laboratorio in Italia ancora utilizzati, tra cui 485mila topi a rappresentare la maggioranza degli esemplari, seguiti da polli, pesci, conigli, porcellini d’india e macachi. Tra essi anche 500 cani, in gran parte provenienti da allevamenti fuori i confini dell’Unione Europea.

    La validità attuale della sperimentazione animale è già stata confutata da numerosi addetti ai lavori, ma purtroppo essa rappresenta ancora oggi una pratica troppo utilizzata, benché l’attuale normativa affermi che essa dovrebbe essere l’ultima via di sperimentazione, attuabile solo in mancanza di metodi alternativi. E oggi di metodi alternativi a disposizione ce ne sono rispetto a 20 o 30 anni fa, ma un coacervo apparentemente inestricabile di interessi economici e ritardi culturali e formativi sembra impedire una riduzione ancor più drastica del numero di animali utilizzati come cavie, un metodo non solo terribile e crudele dal punto di vista umano, ma anche anacronistico dalla stessa prospettiva scientifica. Il sospetto, avanzato dagli ambientalisti ed anche da alcuni esponenti del mondo scientifico, è che non si voglia davvero mettere fine alla sperimentazione animale, a dispetto delle operazioni di facciata.

    Dunque la sperimentazione animale in Italia è sì in calo negli ultimi anni, ma ancora troppo lentamente, a dispetto della direttiva Ue 2010/63, che ha previsto forti limitazioni ad esempio nell’utilizzo di specie filogeneticamente vicine a noi come i macachi, animali che oltre a soffrire per quello che subiscono nei laboratori, presentano già segnali di traumi per essere stati strappati al loro habitat naturale, come denuncia anche la Lav, Lega anti vivisezione, che ha scritto un lungo comunicato polemico nei confronti delle cifre messe a disposizione pubblicamente dal ministero della Salute. Mancanza di rigore scientifico e spreco di soldi dovrebbero essere ragioni sufficienti per impegnarsi maggiormente nell’abbattimento del numero di esperimenti con animali utilizzati come cavie, ma in Italia si fa ancora troppo poco in questa direzione: non possiamo, non dobbiamo accontentarci dei 30mila animali in meno degli ultimi anni.

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