Zone sismiche d’Italia: quelle più a rischio e perché

Zone sismiche d’Italia: quelle più a rischio e perché

Ad eccezione della Sardegna, la gran parte del territorio italiano è soggetto ad un'intensa attività sismica

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    Zone sismiche d’Italia: quelle più a rischio e perché

    Il nostro Paese è uno dei maggiori a rischio sismico di tutto il mondo, giacché si sovrappongono l’attività magnetica del sottosuolo con quella vulcanica, senza contare il rischio idrogeologico: l’evidente conseguenza di questo assunto è che le zone sismiche d’Italia sono numerose, in particolar modo nel Centro, ma quasi tutta la penisola è attraversata da questi sommovimenti, frutto dell’orogenesi alpina ed appenninica, due eventi tettonici di dimensioni abnormi avvenuti in epoche diverse, la prima circa 100 milioni di anni fa e la seconda appena 20 milioni, che nel dare vita agli attuali sistemi montuosi hanno originato sistemi di faglia che attraversano nella loro lunghezza i due rilievi. Vediamo insieme, da nord a sud, quali sono le zone sismiche d’Italia più a rischio e perché, tenendo conto anche della loro storia, che purtroppo ha spesso ammantato di tragedia l’attività sismica che ha accompagnato le vicende nazionali.

    L’unica vistosa eccezione, insieme al medio Tirreno, le zone alpine e prealpine occidentali, e la pianura settentrionale, è rappresentata dalla Sardegna, un pezzo di terra antichissima rimasta estranea tanto all’orogenesi alpina quanto a quella appenninica. Al contrario sono Friuli, Umbria, Abruzzo, Molise, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia le regioni italiane con maggiori porzioni di territorio ad elevata criticità sismica, colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Reggio e Messina del 1908, quello della Marsica del 1915, quello del Belice del 1968, di Gemona del 1976,dell’Irpinia del 1980, fino ad arrivare ai più recenti disastri in Umbria, a L’Aquila e in Emilia.

    friuli terremoto

    Nel Nord Italia la zone sismica a maggior rischio è il territorio occupato dalla regione Friuli Venezia Giulia situata sulle Alpi Orientali, che viene considerato dalla Protezione Civile di moderata sismicità. Le attività sismiche sono concentrate nella fascia di rilievi della pedemontana a sud, fino alla parte più interna della catena montuosa a nord e in senso longitudinale dalla zona di Gemona, protagonista di un violento terremoto nel 1976, arrivando a comprendere la Carnia e la parte delle Dolomiti situate nella regione. Da un punto di vista storico, i terremoti più intensi che hanno colpito il territorio sono stati nel 1348 nella Carnia e nel 1511, con epicentro nella confinante Slovenia, il più recente invece quello di Moggio del 14 febbraio 2002.

    È in particolare l’Umbria settentrionale ad essere caratterizzata da un’attività sismica molto frequente, soprattutto negli ultimi anni. Gran parte del territorio dell’Umbria ricade all’interno della zona catalogata dagli esperti come numero 919, denominata Appennino Umbro, e ad essere in particolare a maggior rischio è tutta l’area intorno alla faglia di Gubbio, una faglia estensionale che affiora sul lato nord-est della valle cittadina immergendosi sotto alla valle stessa in direzione sud-ovest: in questa zona si devono il sisma del 1984 e tutti gli episodi avvenuti negli anni Duemila, in particolare tra il 2010 e il 2014.

    terremoto Aquila

    Il ricordo del terremoto a L’Aquila è ancora molto vivo: da quella sciagurata notte del 6 aprile 2009, quando morirono oltre 300 persone, il centro della città è ancora un fantasma che porta addosso i segni della tragedia e della fragilità del territorio abruzzese, oltre che dell’incapacità dello Stato di ricostruire quanto andato distrutto. C’è da dire che rispetto ad altre regioni il monitoraggio sismico in Abruzzo nel corso del tempo non è mai stato egualmente approfondito, ed è dunque possibile che vi siano delle lacune informative tanto a livello locale che nazionale: e tuttavia sappiamo che l’area compresa tra la Maiella e il Mare Adriatico, essendo situata a cavallo di due zone sismo-tettoniche, ovvero la fascia montana esterna appenninica e la zona pedemontana adriatica, produce una diffusa attività sismica, che ha raggiunto il suo apice con il terremoto Maiella del 3 novembre 1706, che raggiunse il decimo grado della scala Mercalli. Altri sismi storici sono stati quelli del 1881 e 1882, ma come per la Maiella non si dispone di informazioni sufficienti sulle caratteristiche delle strutture tettoniche che li hanno originati.

    Come tutta la catena dell’Appennino centro meridionale, anche il Molise è una regione ad elevata intensità sismica: tra gli eventi più distruttivi si ricorda il terremoto di Bojano del 1805, che fece più di 5mila morti, ma in tempi recenti a lasciare traccia nell’immaginario collettivo è stato l’evento sismico del 2002, con epicentro in provincia di Campobasso, in particolare per il crollo di una scuola a San Giuliano di Puglia, dove morirono 27 bambini. Sotto l’attenzione degli esperti viene tenuta in costante monitoraggio specialmente la faglia del Matese, che storicamente è stata capace di rilasciare energia per magnitudo superiori anche al grado 7 della scala Mercalli.

    Il sisma del 2016 che ha avuto come epicentro la provincia di Rieti è la testimonianza di come anche nel Lazio vi siano zone ad altissimo rischio sismico: un evento di pari forza distruttiva nell’area avvenne nel 1639, sempre a causa di faglie sismogenetiche che attraversano la dorsale appenninica, e che sono in grado di generare terremoti di natura anche imponente.

    terremoto italia

    Il terremoto in Irpinia del 1980, che fu sentito in tutta la regione, è l’ultimo evento di grande intensità in un territorio ad elevato rischio sismicità come la Campania, ma sciami di media o bassa intensità sono continui in un’area geologicamente piuttosto giovane, un discorso del resto valido per tutta l’Italia, Sardegna esclusa. Molti sono stati gli eventi sismici distruttivi, come che hanno raso al suolo Telese o Cerreto Sannita nel beneventano, ma non bisogna dimenticare altre attività del sottosuolo costantemente monitorate, come il fenomeno del bradisismo nell’area puteolana, che comporta abbassamenti e innalzamenti del terreno, e soprattutto il vulcano Vesuvio, un gigante dormiente che potrebbe sempre risvegliarsi causando disastri. Un discorso analogo vale anche per il supervulcano dei Campi Flegrei, considerato addirittura il più pericoloso d’Europa.

    Anche la Basilicata è caratterizzata da una notevole attività sismica, in particolare lungo la catena appenninica al confine con la Campania, ed infatti eventi di grande potenza coinvolgono solitamente entrambe le regioni, come il terremoto del 1980 che ebbe l’epicentro in Irpinia. In epoche più antiche si ricordano il grande terremoto del 16 dicembre 1857, 11esimo grado Mercalli, magnitudo 7.0, che colpì una vasta area dell’Appennino meridionale fra le due regioni, e in particolare la Val d’Agri, ed altri sismi di una certa rilevanza hanno coinvolto l’area lungo l’appennino Lucano fino al Lagonegrese, e la zona di Vulture.

    Nel territorio della Calabria si intersecano faglie e meccanismi tellurici molteplici che agitano costantemente il sottosuolo della regione, e che talora raggiungono intensità devastanti, come il terremoto del Pollino del 26 ottobre 2012, apice di uno sciame sismico attivo per due anni, con oltre 2200 scosse registrate dalle apparecchiature di monitoraggio.

    Chiudiamo la nostra panoramica sulle zone sismiche d’Italia maggiormente a rischio con la Sicilia, che oltre al vulcanismo attivo nella zona dell’Etna e delle isole Eolie, si segnala per il settore orientale, soggetto a forti deformazioni determinate dall’apertura del bacino Ionico, la zona del Belice, e in ultimo la catena dei Nebrodi-Madonie-Monti di Palermo, che rappresentano il prolungamento della catena appenninica e quindi risentono dello scontro tra la zolla africana e quella europea, che rappresenta in buona sintesi la ragione prima dei terremoti che avvengono in Italia.

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