Referendum trivelle, quorum non raggiunto: affluenza al 32,1 per cento

Referendum trivelle, quorum non raggiunto: affluenza al 32,1 per cento

Il quorum non è stato raggiunto, il referendum sulle trivelle si risolve così in un nulla di fatto

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    Referendum trivelle, quorum non raggiunto: affluenza al 32,1 per cento

    Il quorum non è stato raggiunto, il referendum sulle trivelle si risolve così in un nulla di fatto, con grande soddisfazione del premier Matteo Renzi che ha invitato all’astensione. Alle 23:50 l’affluenza è al 30,54%, con uno spoglio effettuato su 3mila comuni su un totale di 8mila.
    Nella giornata di domenica 17 aprile si è votato per il referendum abrogativo sulle trivelle. Il voto serviva per decidere cosa sarebbe dovuto succedere alla scadenza delle concessioni per estrarre idrocarburi entro 12 miglia dalla costa italiana.

    L’AFFLUENZA IN DETTAGLIO
    - Alle 12:00 l’affluenza è stata dell’8,3% degli aventi diritto al voto. Questo il dato diffuso dal Ministero dell’Interno. Nel 2011, ultima volta che si raggiunse il quorum, votò alle 12:00 l’11,6% degli aventi diritto.
    - I dati diffusi alle 19:00 parlano di un’affluenza del 23,5%.
    - L’affluenza definitiva si è assestata al 32,1%.

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    “E’ stato inutile buttare via 300 milioni di euro per questo referendum – ha commentato il premier - quando la prima cosa che viene chiesta alle Regioni è di abbattere le code per la sanità. Con quella cifra avremmo potuto acquistare 350 nuove carrozze per il trasporto pendolare”.
    Il problema però è che è stato proprio il Governo ad avere rinunciato all’election day, ovvero all’accorpamento del referendum con le elezioni amministrative, con il preciso scopo di far fallire la consultazione popolare.
    Poi Renzi ha attaccato le Regioni: “E’ falso e ipocrita difendere il mare mettendo in difficoltà qualche piattaforma quando le Regioni per anni si sono disinteressate dei depuratori”.

    Al referendum del 17 aprile sono stati chiamati a votare tutti i cittadini italiani in possesso dei diritti politici, che avessero compiuto 18 anni entro la giornata del voto. Essi si sono presentarsi al proprio seggio di appartenenza con documento d’identità valido e tessera elettorale. Hanno potuto votare per corrispondenza anche gli italiani residenti all’estero.

    Il quesito, sulla durata delle trivellazioni in mare entro 12 miglia dalla costa italiana, ha chiesto il parere dei cittadini sull’abrogazione dell’articolo 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 (norme in materia ambientale). Semplificando, gli italiani sono stati chiamati a rispondere alla domanda: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.

    Fondamentale, affinché il referendum fosse considerato valido, sarebbe stato il raggiungimento del quorum, ossia la quota minima dei voti richiesti. Perché un referendum sia valido è necessario che vada a votare la metà più uno degli aventi diritto. Le schede bianche o nulle influiscono numericamente ma per stabilire l’esito del voto contano solo i sì e i no.
    Il quorum, come detto in apertura di articolo, non è stato raggiunto quindi il referendum non è considerato valido.

    Niente, si continua come prima: le estrazioni potranno continuare fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre alla data di scadenza delle concessioni che potranno essere rinnovate.
    Essendo stato un referendum abrogativo, uno degli istituti di partecipazione diretta dei cittadini alla democrazia, chi voleva che venisse abrogata la legge doveva votare sì.
    Con la vittoria dei sì sarebbe stata abrogata la parte di legge che prevede che le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa italiana vadano avanti fino a quando il giacimento lo consente.
    La vittoria del sì avrebbe bloccato quindi le attività di estrazione alla scadenza delle concessioni e delle eventuali proroghe già approvate, a prescindere dalla presenza di ulteriori idrocarburi da estrarre. Ad essere coinvolte, secondo il ministero dello Sviluppo economico, 92 piattaforme delle 135 complessive nei mari italiani. La scadenza delle concessioni di esse (quasi tutte situate nell’Adriatico) è prevista tra il 2017 e il 2034.

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