Referendum trivelle 2016: data, regioni, come si vota e punti critici

Referendum trivelle 2016: data, regioni, come si vota e punti critici
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    Referendum trivelle 2016: data, regioni, come si vota e punti critici

    Tutto pronto per il referendum trivelle 2016, che vedrà i cittadini italiani recarsi alle urne per pronunciarsi riguardo la possibilità delle società petrolifere di ricercare idrocarburi al largo delle nostre coste: qui di seguito potete leggere tutto quello che bisogna sapere sul referendum, ovvero la data, le Regioni coinvolte in maniera diretta, come si vota e i punti più critici in ballo. La questione intreccia l’annoso problema del fabbisogno energetico del nostro Paese, alla disperata ricerca di autonomia sotto forma di gas e petrolio, e l’altrettanto atavica questione ecologica legata alla tutela del territorio, che potrebbe garantire maggiore efficienza investendo sulle rinnovabili: per raccogliere le firme e proporre i quesiti referendari, si sono mosse diverse associazioni di cittadini oltre che nove Consigli Regionali, e alle urne si scontreranno dunque due visioni antitetiche del Paese e del suo futuro.

    La questione delle trivellazioni è molto sentita dalla popolazione locale, che nel frattempo è riuscita a far cambiare idea al governo, tanto da dover cambiare le linee guida contenute nella Legge di Stabilità sui limiti e le aree interessate alla ricerca degli idrocarburi, ottenendo incidentalmente anche una marcia indietro di alcune multinazionali che hanno rinunciato ai loro progetti a seguito delle nuove norme. Ecco i punti salienti da conoscere riguardo il referendum trivelle 2016.

    Il referendum si terrà il giorno 17 aprile 2016: i cittadini sono chiamati a rispondere sulla durata delle autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate, l’unico dei quesiti che è stato ammesso dopo il lungo iter di approvazione. Nonostante la richiesta avanzata dai promotori, non è stato possibile avere l’election day con i giorni in cui si terranno le elezioni amministrative in primavera, poiché la normativa non prevede la possibilità di abbinare il momento delle elezioni con un referendum. In passato vi è stato un solo precedente, che ha necessitato di una legge specifica.

    LEGGI I DATI DA CONOSCERE SUL REFERENDUM

    Ad avanzare per primi la richiesta di un referendum abrogativo sono state Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise, le Regioni maggiormente toccate dall’esplorazione dei mari insieme anche a Sicilia e Abruzzo. Gli impianti di ricerca degli idrocarburi sono dislocate principalmente in Adriatico, e nelle regioni Sicilia, Basilicata e Puglia: alcuni di essi hanno avuto grande esposizione mediatica, come Ombrina Mare in Abruzzo, che è stato poi il vero casus belli che ha portato le Regioni ad affrontare frontalmente il governo, che inizialmente aveva cercato di rendere più agevole la strada per ottenere le autorizzazioni alle trivellazioni, salvo poi fare marcia indietro dopo le proteste. Altri impianti e progetti di esplorazione marina su cui si è concentrata l’attenzione mediatica sono collocati alle isole Tremiti nel Gargano, al largo del Golfo di Taranto e nel comune di Marsico Nuovo in Basilicata dove vi è allo studio il progetto Pozzo Pergola 1.

    I cittadini saranno chiamati a rispondere al seguente quesito:

    Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art.

    1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?‘.

    Coloro che sono favorevoli all’abrogazione e dunque contrari alle trivelle devono votare sì, mentre quelli che vogliono lasciare la norma così come è stata approvata devono segnare no sulla scheda. Il suddetto comma 17 del decreto legislativo 152 stabilisce che sono vietate le ‘attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi‘ entro le 12 miglia marine delle acque nazionali italiane. Gli impianti che esistono entro questa fascia possono continuare la loro attività fino alla data di scadenza della concessione, che dietro apposita richiesta può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento. Si chiede quindi ai cittadini di permettere o meno che proseguano le estrazioni sugli impianti che esistono già, senza praticamente alcun limite temporale che non sia l’esaurimento stesso del giacimento.

    Sono diversi i punti controversi legati alle trivellazioni, che possiamo riassumere in rischi ambientali e sanitari legati all’inquinamento delle acque, al pericolo per le biodiversità presenti nei nostri mari a causa dell’utilizzo di tecniche come l’airgun, e le conseguenze che nel lungo pericolo potrebbero tradursi anche per l’uomo. Un recente rapporto di Greenpeace chiamato ‘Trivelle illegali’ mostra dati inequivocabili sull’attuale inquinamento provocato dalle esplorazioni al largo delle coste italiane, in cui acqua e cozze sono risultate fortemente contaminate da sostanze chimiche dannose, ben oltre la soglia consentita dalla normativa vigente. L’altro punto critico può essere letto in chiave più squisitamente politica: ovvero i comitati contrari alle trivelle vogliono dare al governo un segnale che li spinga verso un maggior utilizzo di fonti energetiche rinnovabili alternative agli idrocarburi. In gioco dunque c’è anche la futura politica energetica: per il comitato a favore delle trivellazioni, l’estrazione di gas e petrolio allargo delle nostre coste è invece un modo sicuro di limitare l’inquinamento evitando il transito di petroliere nei nostri mari, inoltre favorirebbe l’occupazione in aree economicamente depresse, e potrebbe garantire una maggiore autonomia energetica del nostro Paese.

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