Industria del carbone in Cina: tutti gli sviluppi e i cambiamenti in vista di Cop21

Industria del carbone in Cina: tutti gli sviluppi e i cambiamenti in vista di Cop21
    Industria del carbone in Cina: tutti gli sviluppi e i cambiamenti in vista di Cop21

    Il ruolo che ha l’industria del carbone in Cina nell’inquinamento globale è da un lato una certezza acquisita, dall’altro rischia di diventare una sorta di spauracchio da agitare mediaticamente per un verso o per un altro, a seconda delle finalità. A leggere le pagine degli organi internazionali infatti, che siano quotidiani o riviste e blog di settore, le statistiche in merito all’inquinamento prodotto dall’uso del carbone vengono di volta in volta sovradimensionate o sottovalutate. Ma qual è la reale situazione in Cina? Abbiamo già visto come il gigante asiatico avrà un ruolo cruciale alla Cop21 di Parigi: proviamo a vedere insieme tutti gli sviluppi e i cambiamenti in vista all’interno della produzione di energia cinese, in attesa del fatidico appuntamento internazionale.

    Una cosa appare ormai certa: anche il governo cinese si è reso conto della necessità di uno sviluppo sostenibile che faccia a meno dell’uso di sostanze inquinanti come il carbone, poiché oltre al danno ambientale c’è anche quello economico, stimato in svariati punti di Pil. Non a caso il 2014 ha segnato l’inizio del declino dell’uso del carbone in Cina, Paese che era stato indicato come il principale responsabile della crescita globale di oltre metà delle emissioni di CO2 nel corso del decennio precedente.

    Qualche settimana fa il New York Times ha pubblicato un pezzo piuttosto sensazionalistico in cui sembrava quasi voler prefigurare una sorta di imbroglio da parte del governo cinese, che avrebbe tenuto nascosto alcuni dati importanti sul consumo di carbone nel Paese. In realtà la valutazione al rialzo delle stime sul consumo di carbone era noto da tempo, e da almeno sei mesi le stesse autorità di Pechino avevano rivisto dati ed obiettivi da raggiungere: l’incertezza sulle stime a disposizione dipendeva dalle miniere di carbone gestite illegalmente e precedentemente non incluse nelle statistiche per il semplice motivo che non vi erano dati certi resi noti dai governi locali riguardo a queste realtà. Ma dopo il censimento effettuato la Cina ha ammesso senza problemi che le emissioni effettive di CO2 erano molto più elevate di quanto riportato fino a quel momento: i nuovi dati a disposizione mettono il consumo di carbone nel 2013 a 4,24 miliardi di tonnellate, appena un po’ più sopra di quanto necessario per raggiungere l’ambizioso obiettivo di riduzione entro il 2020.

    Come dimostra un accurato studio di Greenpeace, il declino del carbone nel mondo è un dato reale, che vede proprio la Cina capofila della riduzione, seguita dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi considerati tra i principali inquinatori del pianeta. Prendendo in considerazione una mole complessa di dati che permette di compiere valutazioni incrociate, emerge che il consumo di carbone della Cina in tonnellate fisiche registra già un meno 5 per cento quest’anno, ed è in linea on il calo del 4,3 per cento dell’uso del carbone nel settore energetico, mentre le importazioni registrano una diminuzione del 30 per cento, e conseguentemente le scorte nel mese di settembre sono state segnalate al livello più alto dal dicembre scorso, il che implica anche un calo dei consumi.

    E ancora si registra, in correlazione con questi dati, un calo dell’uso di cemento del 5 per cento, del coke al 4, di ghisa e acciaio grezzo al 3.

    Il grosso punto interrogativo è ora quale futuro avrà il piano di costruzione delle centrali a carbone previsto dal governo in accordo con le le società elettriche locali: queste ultime infatti non hanno ridimensionato la spesa per le nuove centrali, nonostante l’aumento delle energie rinnovabili e le trasformazioni economiche siano portando ad una maggiore autonomia e ad una crescita di domanda di nuove centrali assai più lenta. In linea teorica con il denaro a disposizione in Cina si potrebbero costruire 4 centrali a settimana, e a meno che le autorità di Pechino non intervengano per fermare la bolla speculativa sul carbone, si rischia uno spreco di denaro su larga scala, visto che tutte queste nuove centrali non sono più necessarie. Sul mercato semplicemente non c’è più spazio per nuove centrali a carbone, e tanto varrebbe convertire questo piano energetico e relativi soldi in nuovi progetti che facciano uso di fonti pulite e rinnovabili.

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