Cowspiracy, il documentario che denuncia l’industria più distruttiva del pianeta [INTERVISTA]

Cowspiracy, il documentario che denuncia l’industria più distruttiva del pianeta [INTERVISTA]
    Cowspiracy, chi distrugge il pianeta? [INTERVISTA]

    «Cowspiracy non è solo un film ma un vero e proprio movimento». Con queste parole i due registi Kip Andersen e Keegan Kuhn hanno voluto descrivere il loro documetario su quella che è definita nel film “l’industria che più di tutte sta distruggendo il nostro pianeta”, ovvero quella dell’allevamento. Quello che rende questo progetto di denuncia ancora più potente è la sua posizione nei confronti delle più grandi associazioni ambientaliste mondiali, accusate di non pronunciarsi, di non creare campagne di sensibilizzazione sufficienti su questo tema, producendo una sorta di copertura nei confronti di quella che viene mostrata come “la prima causa del riscaldamento globale, del consumo d’acqua, della deforestazione, dell’estinzione delle specie e delle zone senza vita negli oceani”. Abbiamo intervistato Keegan Kuhn alla presentazione del documentario a Milano, durante il suo tour italiano che ha toccato anche il capoluogo lombardo, al MiVeg.

    I dati sono sconcertanti, ma forse quello che lo è di più è la loro pubblicazione passata sotto silenzio mediatico. I due registi, con numeri e studi alla mano, sono andati dalle più grandi associazioni ambientaliste a chiedere spiegazioni. Un prodotto di questo tipo non poteva non incontrare ostacoli: «La difficoltà più grossa nella realizzazione di questo film è stato entrare in contatto con le organizzazioni. Molte si sono rifiutate di andare in video o semplicemente non ci hanno rilasciato l’intervista» ci ha raccontanto il regista. Denunciare e toccare interessi così forti vuol dire anche mettere a rischio la propria vita: «La paura per la nostra sicurezza c’è stata ma io e il mio co-director Kip Andersen siamo arrivati alla conclusione che era più importante portare avanti il nostro compito di mostrare la verità. La voglia di far sentire la nostra voce era più forte della paura della repressione».

    Le reazioni delle associazioni ambientaliste dopo la pubblicazione del documentario non si sono fatte attendere. Greenpeace Uk ha pubblicato una nota dove praticamente conferma quanto detto dai due registi nel film: «Molte organizzazioni hanno commentato il nostro documentario e ci hanno dato ragione sul fatto che l’industria alimentare sia il fattore principale di pericolo per il nostro pianeta. Sfortunatamente nessuna di loro ha però avviato una campagna in cui se ne parli davvero. Penso che una pressione maggiore e sempre più persone che facciano sentire la loro voce sia fondamentale. Dobbiamo capire che quando parliamo di ambiente, dobbiamo parlare anche di scelte di vita, perché è la cosa più potente che possiamo mettere in pratica ogni giorno per il nostro pianeta».

    La realizzazione di questo film non è stata semplice, un primo investitore ha ritirato in corso d’opera il suo sostegno, così, senza perdere le speranze, è stata lanciata una campagna di crowdfunding, chiusa a giugno 2014, su Indiegogo. Quasi 1500 persone hanno donato qualcosa, arrivando a 117,092 dollari: «La risposta che abbiamo avuto alla nostra campagna di raccolti fondi è stata straordinaria, migliaia di persone da tutto il mondo hanno donato qualcosa e siamo riusciti a raggiungere la cifra incredibile di più di 100mila dollari. Penso che questo da solo mostri la vera voglia, il vero interesse di avere informazioni su queste tematiche».

    La risposta dal basso ha avuto come conseguenza virtuosa l’essere arrivata anche a chi ha il potere di espandere maggiormente il messaggio. In seguito alla diffusione del documentario negli Stati Uniti, Leonardo Di Caprio, da sempre sensibile alla causa ambientalista, ha voluto contribuire alla crescita del progetto: «Il film è uscito alla fine dell’anno scorso, abbiamo proiettato il documentario negli Stati Uniti e in giro per il mondo e Leonardo Di Caprio è venuto a conoscenza del nostro progetto, ha chiesto di vederlo e se n’è innamorato. Ha portato il film a Netflix ed è poi diventato produttore di una versione aggiornata e ampliata. Avere il suo supporto è stato incredibile sopèrattutto per raggiungere tantissime persone nel mondo».

    Qualche giorno fa è stato annunciato che tra il 2015 e il 2016, il Brasile produrrà la cifra record di 97,8 milioni di tonnellate di fagioli di soia, un aumento del 3,2 per cento rispetto all’anno precedente.

    Il principale utilizzatore della soia è proprio l’industria dell’allevamento. Nel film viene denunciato anche il fatto che gli attivisti che hanno provato ad opporsi a queste pratiche, soprattutto in Brasile, sono stati messi a tacere, o peggio uccisi: «Le minacce reali che gli attivisti devono affrontare in Sud America sono enormi e devono essere denunciate. Penso che non avremmo una reale soluzione al problema ambientale finché non avremo una popolazione davvero informata su questi temi, e finché non succederà non ci saranno dei cambiamenti politici al riguardo. Per questo abbiamo avuto con Cowspiracy una volontà educativa, parla di quello che la gente può fare come individuo perché è da lì che dobbiamo partire».

    Quello di cui ci si rende conto guardando il lavoro di Kuhn e Andersen è che sembra di essere stati di fronte alla verità per tanti anni, demonizzando sempre cause che si sono rivelate certo significative ma secondarie rispetto all’impatto dell’allevamento. A fine anno ci sarà la conferenza globale sulla sostenibilità a Parigi, c’è un messaggio particolare che volete dare? «Quello che voglio dire ai governi del mondo che s’incontreranno a Parigi è che si devono concentrare sulla vera sostenibilità. Non c’è economia più importante dell’ecologia. Se non proteggiamo il nostro pianeta non ci sarà più lavoro, non ci saranno più industrie e non ci saranno più soldi. Non possiamo più ignorare il fatto che ci sono 7,8 miliardi miliardi di persone su questo pianeta che devono mangiare ogni giorno. Se interveniamo sui combustibili vedremo comunque i cambiamenti fra cent’anni e il pianeta continuerà a surriscaldarsi, ma se invece interveniamo su quello che mangiamo, vedremo cambiamenti immediati».

    Alla fine del documentario si comprende che la dieta vegetariana, e ancor più quella vegana, sia quella più sostenibile per il pianeta: la dieta di chi mangia carne produce il doppio delle emissioni di quella con solo frutta e verdura. Mangiarne meno equivale in realtà solo al riciclo. Di questo e altro si parla anche nel nuovo progetto dei due registi, che hanno pubblicato un libro “The sustainability secret”: «È un prolungamento del lavoro di Cowspiracy, con ancora più informazioni. Dobbiamo dire che la dieta vegana è quella più sostenibile a livello globale, ha un minore impatto sul suolo, sul consumo dell’acqua e sulla protezione delle specie. Noi diamo la possibilità alle persone di scegliere consapevolmente il modo migliore di vivere, da persone informate sui fatti. Forse è proprio questo il punto in cui ci sentiamo più distanti dalle organizzazioni ambientaliste: noi non dobbiamo dettare dei comportamenti ma semplicemente veicolare le informazioni, questo, secondo noi, è il modo giusto di far partire il cambiamento».

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