Raccolta abiti usati, settore in crescita: da beneficenza a filiera industriale

Raccolta abiti usati, settore in crescita: da beneficenza a filiera industriale
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    Raccolta abiti usati, settore in crescita: da beneficenza a filiera industriale

    Un settore in costante crescita, che si è trasformato in una vera e propria filiera produttiva, e che necessita di regole chiare e trasparenti: parliamo della raccolta di abiti usati, che nel solo 2013 ha fatto registrare un aumento del 10 per cento rispetto all’anno precedente, con 110.900 tonnellate di rifiuti tessili consegnati dai cittadini negli appositi contenitori sparsi lungo tutte le città del territorio italiano. Dati che sono emersi durante il convegno ‘Vestiti usati: dalla beneficenza al riuso e riciclo’, promosso da Conau, il Consorzio nazionale degli abiti e degli accessori usati, in collaborazione con Anci e Fise-Unire, per discutere delle criticità del settore, dove urgono regole più stringenti per evitare che questo business milionario attiri l’attenzione delle organizzazioni criminali.

    Oltre ai numeri e alle varie disparità territoriali registrate tra Nord, Centro e Sud, e al loro interno tra Regioni più virtuose ed altre meno, durante il convegno sono emerse le problematiche di trasparenza in questo settore, che dalla semplice beneficenza di un tempo è diventata una vera industria dai notevoli profitti: si segnalano in questo senso attività di raccolta illegali e contenitori appartenenti a circuiti di raccolta paralleli a quelli ufficiali: parliamo di 4mila cassonetti non autorizzati che raccolgono 15 tonnellate annue, a cui va aggiunto il tradizionale sistema porta a porta, l’equivalente complessivo di 25mila tonnellate, pari al 25 per cento del circuito ufficiale. Per questo motivo, spiega il presidente del Conau Edoardo Amerini, ‘è necessario che si proceda in tempi rapidi alla definizione del decreto previsto dal testo unico ambientale, per fornire un riferimento univoco e preciso su tutto il territorio nazionale‘.

    Il Conau sottolinea ‘una notevole disparità tra operatori che seguono le normative ambientali e coloro che non le rispettano, e quindi la mancanza di tracciabilità degli abiti, a livello economico, Comuni e aziende incaricate del servizio vengono private di un flusso di rifiuti e dei relativi proventi. Infine operatori ‘non ufficiali’ sopportano costi inferiori a quelli ‘ufficiali’ agendo in concorrenza sleale‘, mentre altri operatori rimarcano la necessità di un’uniformità di regole a livello europeo e anelano un referente unico a cui chiedere maggiore trasparenza per tutta la filiera produttiva, che coinvolge i processi di raccolta e riciclo degli abiti usati.

    In questo ambito i margini di crescita economica sono ancora piuttosto elevati, se consideriamo che l’Italia resta fanalino di coda in Europa, con 2 chilogrammi di vestiti per abitante raccolti contro una media continentale di 6: profitti che fanno gola alle organizzazioni criminali, per cui è necessario stabilire maggiore efficienza nei controlli e regole più efficaci a contrasto del mercato parallelo ed illegale.

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