Cosmetici bio: sappiamo cosa stiamo comprando? La denuncia di Report

Cosmetici bio: sappiamo cosa stiamo comprando? La denuncia di Report
da in Ambiente, Cosmetici biologici
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    Cosmetici bio: sappiamo cosa stiamo comprando? La denuncia di Report

    Cosa c’è davvero nei cosmetici biologici? La domanda l’ha posta ieri sera la trasmissione di RaiTre Report, realizzando un’inchiesta su un mercato che si presenta in costante crescita in Italia, con circa 400 milioni di fatturato nel solo 2014, ma caratterizzato anche da un’incertezza legislativa soprattutto per ciò che riguarda l’etichettatura dei prodotti. Al contrario dei prodotti alimentari infatti, i cosmetici bio presentano una normativa piuttosto a maglie larghe, tanto che non vi è nessuna legge specifica che stabilisca cos’è biologico, né quando sia consentito utilizzare sulla confezione le parole ‘bio’, ‘naturale’ o ‘vegetale’. Con il risultato che ognuno fa un po’ quello che vuole, e i ‘furbetti del bio’ avanzano tranquillamente giocando con l’ambiguità delle norme.

    Mentre cresce esponenzialmente l’attrattiva di creme, saponi e set di trucco a matrice biologica per i consumatori italiani, tanto che questi prodotti si stanno largamente diffondendo anche nella grande distribuzione, inevitabilmente in mezzo a tanti produttori onesti si fanno largo anche alcuni spericolati che, approfittando del vuoto legislativo, immettono sul mercato prodotti tutt’altro che biologici. Marchi che presentano la parola ‘bio’ nel nome, ma con componenti sintetiche e chimiche all’interno dei prodotti, confondono e disorientano l’acquirente: di fatto molti consumatori non hanno la minima idea di cosa stanno utilizzando. Nell’apposita commissione parlamentare alla Camera giace da tempo una proposta di legge per intervenire sulla materia, ma come sovente accade in questi frangenti, è depositato in un binario morto, lasciando la precedenza ad altre questioni ritenute più urgenti.

    Le denominazione ambigue non sono però l’unico campio in cui i cosiddetti ‘biofurbi’ agiscono sfruttando gli interstizi della legge: un altro campo d’intervento è rappresentato dall’uso scorretto di simboli e richiami come la scritta ‘non testato sugli animali’.

    Una scritta oltretutto ingannevole perché, come denunciato anche dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria lo scorso settembre, in tutto il Vecchio Continente vige il divieto dal 2013 di immettere sul mercato cosmetici che siano testati su animali anche se fuori dai confini europei. La questione dirimente è che non tutti controlli vengano effettuati dagli appositi organi dello Stato, ma in qualche modo vi è una sorta di delega di fiducia per alcuni ambiti di certificazione, come mostrato dall’inchiesta di Report. La moltiplicazione burocratica produce opacità, in questo come in tanti altri settori del tessuto economico-sociale del Paese: e come al solito, a rimetterci, sono i tanti produttori onesti che si trovano messi insieme con i pochi furbi privi di scrupoli, attratti da un giro di affari che in tutto il mondo raggiunge i 13 miliardi di dollari.

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