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Perché diventare vegani: 10 punti dettati da Gary Yourofsky

Perché diventare vegani: 10 punti dettati da Gary Yourofsky
da in Ambiente, Animali, Natura
Ultimo aggiornamento:
    Come un vegan massacra la giornalista ignorante

    Essere vegani significa diventare persone migliori? Secondo Gary Yourofsky, un attivista per la Liberazione Animale, assolutamente sì, e la sua ‘missione’ sembra essere proprio dover spiegare perché diventare vegani alle persone che sanno poco o nulla sull’argomento. In questo video potrete vedere, opportunamente sottotitolato, un interessante dibattito con una giornalista israeliana, in cui Gary cerca di educare alla filosofia vegan e tenta di spiegare in dettaglio cosa voglia dire Olocausto animale secondo la sua prospettiva. Un punto di vista certamente ortodosso, ma che potrebbe fare breccia su quanti hanno abbracciato anche in Italia la filosofia vegana, o hanno intenzione di farlo, visto che il numero di persone che si ‘convertono’ appare in costante aumento.

    Sulla scorta di quanto si può ascoltare in questo filmato, possiamo riassumere in 10 punti il perché diventare vegani:

    1) Non siamo carnivori di natura
    2) Non esistono macelli compassionevoli
    3) Non essere complici dell’Olocausto animale
    4) Evitare malattie legate al consumo di carne
    5) Mettersi nei panni degli animali
    6) Contribuire al riequilibrio del pianeta
    7) Non controllare altri esseri vivent
    8) Non essere assassini
    9) Essere persone eticamente migliori
    10) Essere rivoluzionari come Gandhi e Martin Luther King

    Certo l’aspetto macilento e il golfino che solo Sheldon di Big Bang Theory potrebbe indossare con altrettanta nonchalance possono trarre in inganno, ma il discorso dell’attivista è intransigente e non ammette repliche: il veganesimo è l’unica opzione possibile per salvare il pianeta. Gli esseri umani sono ontologicamente violenti per Gary Yourofsky, sia nel modo in cui allevano ed uccidono gli animali per nutrisi o vestirsi con le loro pelli, ma anche nel linguaggio comune, nell’uso di una terminologia che vuole imporre una sorta di politically correct per sminuire la portata dell’orrore. Perché chiamare bistecca un pezzo di carne di mucca? Se le persone fossero consapevoli di quello che mangiano anche nel modo in cui chiamano il cibo, cambierebbero idea, sostiene l’attivista.

    Certo si potrebbero muovere diversi appunti al discorso di Gary: sul fatto che siamo erbivori al cento per cento è discutibile tanto quanto l’essere carnivori, giacché entrambe le scelte dipendono dalla cultura e non dalla natura.

    Inoltre è scientificamente provato che anche le piante soffrono quando vengono strappate e divorate: dunque loro meritano l’olocausto (per usare il termine dell’attivista) e gli animali no? Anche sul fatto che i vegani non si ammalino mai ci sarebbe da dibattere visto che esiste un’ampia letteratura medica che afferma il contrario, senza contare che nella loro intransigenza i vegani talora compiano scelte discutibili come dare cibo vegetariano ad animali carnivori, come denunciato anche dal veterinario di Milano di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi a proprosito delle richieste di eutanasia.

    A dispetto del personaggio, dell’antipatia diffusa che emana proponendosi come un modello etico, dell’ironia che istintivamente suscita quando si paragona a Gandhi e Martin Luther King, al netto degli estremismi che potrebbero generare una reazione uguale e contraria, merita in ogni caso una riflessione il modo in cui trattiamo gli animali, il pianeta e noi stessi, uno stile di vita troppo cinico ed indifferente ai bisogni altrui, che siano i nostri simili o altre creature viventi. La soluzione è nel veganesimo? Ad ognuno le sue risposte, ma certo un po’ più di attenzione non guasterebbe: un altro pianeta di sicuro non ce l’abbiamo.

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