Citta sostenibile e sviluppo umano: quali saranno le caratteristiche fondamentali?

Citta sostenibile e sviluppo umano: quali saranno le caratteristiche fondamentali?
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    Citta sostenibile e sviluppo umano: quali saranno le caratteristiche fondamentali?

    Quali saranno le caratteristiche fondamentali di una città sostenibile legata allo sviluppo umano? Partiamo da una metafora. “ E volta nostra poppa nel mattino …”. È così che Dante fa iniziare il racconto del viaggio di Ulisse verso quell’orizzonte inesplorato accarezzato per secoli da tutti i naviganti antichi che di quell’oltre le Colonne d’Ercole avevano raccolto solo racconti che atterrivano e toglievano il sonno, senza che questi sopissero l’istinto, la voglia di oltrepassare, di conoscere, di seguire “vertute e conoscenza”, per dirla ancora alla maniera di Dante. E il nostromo con gli occhi più interrogativi e perplessi che mai, atterrito da quella barriera ancestrale, da quell’istinto che da sempre lo aveva riparato istintivamente dagli orizzonti da cui sapeva venire la tempesta, ma gli unici in fondo di cui conservava l’altrettanto istintiva volontà di conoscenza, chiese, come di rito, al Capitano, i gradi di bussola per quella rotta mai affrontata. “Sette volte zero più cento”, si sentì rispondere. E adesso usciamo di metafora.

    Sette volte zero ed un cento.

    Quali possono essere gli incunaboli di un codice di logicità complessiva del costruire e dell’abitare? Quale il tratto essenziale di uno stile, di un modo di vita all’interno di una città che cresce con rispetto ed intelligenza in alla Madre Terra, come la chiamavano i nostri antenati? Questi potrebbero essere i numeri del codice di base.

    • Zero emissioni in atmosfera.

    Quello che andremo a costruire sarà indipendente da fonti di energia derivante da combustibili fossili. Non attingeremo da fonti come carbone, gas naturale, petrolio, dal patrimonio di energia accumulato in milioni di anni dai cicli geologici del pianeta. Faremo in modo che l’edificio, il quartiere, la città si adagi nello spicchio, nella nicchia ecosistemica in cui la pensiamo con la stessa ad adattività sintonica con cui si muoverebbe una specie arborea, che colonizzando gli areali specifici innesca addirittura fenomeni di valorizzazione, di consolidamento, di ampliamento della capacità vitale dell’area, producendo ossigeno, supporto alla vita di contesto, mitigazione delle condizioni locali.

    • Zero bolletta energetica.

    E come nessun albero attinge per connessione a reti esterne l’energia di cui ha bisogno quanto avremo in animo di realizzare esplorerà il contesto e sarà pensato, progettato e realizzato in maniera da nascere,crescere, svilupparsi e vivere secondo un ciclo metabolico indipendente, capace di vivere in sintonia con l’aria, il vento, il sole. Le stagioni, il sedime di quel sito in cui prenderà forma sotto i nostri occhi.

    • Zero debito energetico a monte della fase di costruzione.

    C’è quel debito occulto sulle spalle di ogni cosa che costruiamo, un debito che non prende forma di richieste di pagamento né di indennizzo, e che pesa sulle spalle e sul futuro di tutto il pianeta, sulle spalle degli uomini così come degli animali e di tutto l’ecosistema naturale. Abbiamo accennato in precedenza a quanto accade prima che un sito venga recintato e su di esso si cominci materialmente a costruire. Estrarre minerali, alimentare cementerie, fonderie, fabbriche di materiali e di componenti utilizzati nel ciclo costruttivo implica una montagna di kilowattora a monte che hanno sì un costo finanziario cui chi costruisce deve fare fronte, ma anche un peso di emissioni poco o punto valutate in sede di progetto. Se si introducono parametri che ne portino a percezione la presenza ingombrante si può sperare che l’enunciato rispetto verso la Madre Terra assuma connotati di impegno concreto oltre che di lodevole enunciazione di principi.

    Così quanto andiamo a costruire dovrà tenere conto di quanto speso in termini di impegno di energia e di conseguenti emissioni in atmosfera e farsene carico assumendosi l’impegno a saldare il debito nell’arco di un certo numero di anni. A questa maniera si innesca un circuito di virtuosità produttiva, accanto alla scheda tecnica che illustra le caratteristiche tecniche del mattone, della malta, del massetto che si va ad impiegare, l’azienda produttrice specificherà quanta energia è servita per produrre quel componente, e sarà interesse del costruttore impiegare elementi a basso debito energetico pregresso, perché questo significherà far assumere all’edificio minori oneri di restituzione per pareggio energetico.

    • Zero energia per la mobilità connessa ed indotta.

    L’utilizzo di un edificio, ad esempio residenziale, presume che gli abitanti svolgano il loro normale lavoro, la loro vita familiare e di relazione anche attraverso l’utilizzo di mobilità privata come automobili, moto o quant’altro. E’ possibile valutare quanto serva in termini di energia per alimentare questo flusso di mobilità. Ci sono statistiche, parametri rilevabili e dipendenti dall’ubicazione rispetto al baricentro dei servizi urbani, la dotazione complessiva della città, le abitudini medie e complessive di una popolazione. E ormai cominciano ad essere una realtà i mezzi di trasferimento alimentati elettricamente. Se a quell’alloggio corrispondono tanti abitanti e la necessità di mobilità valutata viene tradotta in un determinato ammontare di fabbisogno energetico l’edificio si farà carico di mettere a disposizione di chi ne fruisce la possibilità di alimentare i mezzi necessari ad esplicare questa mobilità, ad esempio attraverso la dotazione di interfaccia di ricarica durante le ore notturne.

    • Zero acque disperse o avviate a rifiuto.

    Qui l’obbiettivo potrebbe essere davvero, almeno dal punto di vista delle tecniche a disposizione, acquisito.
    L’edificio dovrà essere concepito come un accurato e scrupoloso meccanismo di utilizzazione rispettosa dell’acqua, fino al paradosso di non dover prevedere a valle una emissione di acque da avviare a trattamento di depurazione.

    Il semplice riutilizzo all’interno dello stesso edificio delle acque utilizzate per lavarsi, i trattamenti meccanici e fisici che ottimizzano l’impiego di questa risorsa vitale per il futuro di tutti possono indurre a pensare che sia addirittura pensabile chiudere il ciclo dell’acqua se non a scala di edificio almeno a scala di isolato o di quartiere in cui il refluo a valle possa servire per subirrigare giardini o parchi, pulire strade o quant’altro.

    Per quel che rimane in termini di operazioni da programmare a valle rimane da valutare quanta energia sarà necessaria a mettere in pari la bolletta energetica per queste incombenze e farsene carico facendo produrre a quanto si costruisce l’energia che serve. Ed anche in questo caso l’obbiettivo non è quello di introdurre altri percorsi di guerra nei meccanismi burocratici o nuovi balzelli, ma semplicemente di riconoscere ad una virtuosità di progetto e di realizzazione un merito non formale. In poche parole se mi faccio carico di utilizzare con saggezza la risorsa acqua perché non la spreco e non la immetto nella rete di fognatura densa di inquinanti o peggio di veleni non mi viene addebitato il costo collettivo di depurarla, semplicemente perché non usufruisco di quel servizio. Per quanto riguarda il mio edificio accetto la valutazione di quanta energia serve a valle del ciclo di utilizzo e mi faccio carico dell’energia necessaria a restituirla così come mi è stata messa a disposizione, preoccupandomi di prevedere che quantità di energia mi occorrerà al pareggio di risorse in campo. Non emetto reflui, non ho da pagare.

    • Zero rifiuti indifferenziati.

    La realizzazione della parte impiantistica di un edificio introduce per così dire una sorta di metabolismo al suo interno in funzione degli scopi che ne hanno determinato la necessità di realizzazione. Quotidianamente vengono veicolati al suo interno materiali come cibo, imballaggi, carta, abiti, materiali diversi di consumo che permettono l’ordinato e completo svolgimento di quegli scopi.
    A valle di questa quotidianità i contenitori che raccolgono con più o meno intelligenza i rifiuti, gli avanzi, i residui che senza una virtuosità di comportamenti possono arrivare ai paradossi imbarazzanti di tante città vittime della mancanza di una corretta gestione di questo problema. Quegli scarti possono essere gestiti con sagacia ed accortezza e diventare una risorsa, una fonte di reddito o di energia.

    Ed in sede di progettazione e di esecuzione possono essere prese in considerazione tecniche e tecnologie che qualificano quegli scarti, senza caricare l’amministrazione delle città dell’onere, a volte insostenibile, di farsene carico. L’introduzione di un protocollo di accortezza può qualificare l’iniziativa, e queste tecniche ormai sperimentate alla microscala del condomino sono alla portata di tutti, sia in termini di economicità che di affidabilità. E vengono prese in considerazione. Se controlli il ciclo dei rifiuti ed a valle produci materiale da vendere ai consorzi di riciclo guadagni. Se produci immondizia che l’amministrazione dovrà prendersi carico di smaltire o trattare ti fai carico dell’energia che sarà necessario impiegare, oltre che degli oneri amministrativi necessari per questi processi, ovviamente.

    • Cento per cento di riutilizzabilità dei materiali impiegati nel ciclo costruttivo.

    Ad oggi gran parte dei materiali impiegati nella realizzazione di edifici, quale che ne sia l’uso, sono materiali destinati, alla fine del ciclo economico dello stesso edificio, ad essere demoliti e smaltiti, con costi sia economici che ambientali inconfessabili. A ben vedere è la più palese illogicità di sistema del ciclo delle costruzioni, quella che dovrebbe indurre tutti quelli che lavorano come tecnici o imprenditori in questo contesto ad interrogarsi sulla opportunità, sulla eticità, sulla economicità complessiva di questo sistema globalmente e passivamente accettato. Un ritardo tecnico secolare, imbarazzante per progettisti ed addetti ai lavori, pesantissimo in termini di costi per chi da acquirente o da fruitore deve farsi carico in termini di impegno finanziario di quegli spazi per abitarci o svolgerci un mestiere.
    Ed allora mettiamo sul tavolo la valutazione di quanto di ciò che viene messo in campo per realizzare un edificio alla fine del ciclo economico che lo rende attivo potrà essere riutilizzato per una nuova costruzione e quanto invece dovrà essere demolito e smaltito.

    Questi costi di smaltimento vengono valutati anche dal punto di vista energetico, e l’edificio se ne dovrà far carico nel corso della sua vita economica.
    Meno materiali a perdere significherà meno debiti energetici da metter in conto, una progettazione ed una realizzazione virtuosa che arrivi all’obbiettivo di garantire la riutilizzabilità totale di tutti i materiali impiegati sarà affrancata da questa incombenza. Ed alla fine del ciclo un dono segreto, il regalo di quei materiali che avviati in fonderia, in vetreria, nell’azienda adatta al riutilizzo di quello specifico componente si trasformerà in un ristoro economico anziché in un disastroso onere economico.

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    SCRITTO DA Omero Marchetti Architetto Segui autore:
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