Uccisioni di squali: Sea Shepherd denuncia la mattanza

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    Continuano le uccisioni di squali in Australia. Gli episodi già denunciati dagli animalisti non si fermano. Come è possibile leggere sulla pagina Facebook di Sea Shepherd, oggi, 29 aprile, è stato ucciso un altro essere innocente al largo della costa di Perth. Qui uno squalo è stato agganciato e trascinato, prima di essere finito con due colpi alla testa. Una scena atroce, che sa di vero e proprio massacro. Gli stessi animalisti fanno notare la drammaticità di ciò che è successo: ci sono voluti più di 30 minuti per porre fine alla carneficina.

    Proprio per questo, l’associazione che si batte per la tutela degli animali fa notare come sia importante continuare con l’opera di sensibilizzazione e con l’azione di coinvolgimento collettivo, affinché si riesca a porre fine a questa strage della vita marina che viene perpetrata ogni giorno. D’altronde gli stessi animalisti fanno notare che la biodiversità del mare costituisce una risorsa molto importante, che non dovrebbe essere messa a rischio. Sulla pagina Facebook di Sea Shepherd molti sono i commenti di coloro che si ritengono preoccupati per ciò che sta accadendo in Australia. Inoltre compaiono molti commenti postati da chi vuol far sentire la propria voce in segno di solidarietà contro la mattanza. La tutela ambientale è qualcosa che deve essere attuata con ogni mezzo e sicuramente parte dalla protezione di quegli esseri viventi che fanno parte dell’ambiente stesso. Sea Shepherd ci tiene a sottolinearlo, tenendo aggiornati continuamente gli utenti della rete, perché l’uccisione degli squali non passi sotto il silenzio mediatico.

    Lo squalo gigante

    In Australia viene avvistato uno squalo gigante con somma felicità degli studiosi, e contemporaneamente prosegue senza sosta la mattanza di questi pesci nella stessa area: una denuncia a tutto campo arriva dagli attivisti di Sea Shepherd, un gruppo ambientalista che vanta affiliati in tutto il mondo, e che si batte da anni contro le stragi nei mari. La bella notizia è sicuramente l’avvistamento di questo enorme squalo, un gigante dei mari mai visto di queste dimensioni in Australia, con i suoi 5 metri e mezzo di lunghezza per 1,6 tonnellate di peso.

    Talmente grande e spaventoso da essere soprannominato ‘Joan of Shark‘, dagli esperti che lo hanno visto mentre nuotava al largo della spiaggia di Albany, Middleton Beach, che è stata immediatamente chiusa. Lo squalo è stato catturato solamente per introdurre nel suo corpo tramite una piccola incisione un tag acustico, allo scopo di seguirne i movimenti e studiarlo mentre solca gli oceani, si spera il più a lungo possibile. Un esemplare raro che si cercherà di preservare dalla caccia agli squali, che insieme a balene e delfini sono al centro degli interessi dell’organizzazione no-profit di Sea Shepherd, che si batte insieme a molti altri affinché nel mondo vengano attuati i necessari interventi legislativi per fermare il mercato delle carni che vedono vittime questi animali marini. Sorprendentemente, secondo i dati diffusi dall’associazione, non è soltanto il mercato asiatico come vuole la vulgata popolare a richiedere le pinne di squalo, da cui ha origine la mattanza documentata fotograficamente anche di recente da Sea Shepherd.

    In testa ai Paesi importatori troviamo infatti la Spagna, seguita da Costa Rica, Stati Uniti, Messico e Brasile tra i primi dieci. E proprio in Australia, dove è stato avvistato lo squalo gigante che tanta curiosità, oltre che naturale timore, ha suscitato nell’opinione pubblica, Sea Shepherd ha documentato di recente l’uccisione di due squali tigre. Una pratica piuttosto comune, visto che il governo ha speso all’incirca 4 milioni di dollari per istituire un programma di protezione dagli squali nell’area occidentale del Paese, che prevede anche l’abbattimento di qualsiasi esemplare di squalo tigre o toro lungo più di dieci piedi dopo la cattura: un programma costituito nel 2012 e di cui recentemente è stata richiesta l’estensione per i prossimi tre anni. Una richiesta a cui gli ambientalisti si oppongono fermamente, nella speranza che la mattanza non insanguini più i mari australiani come quelli del resto del mondo.